Quando Truffaut e Godard si mandarono a cagare

Quando Truffaut e Godard si mandarono a cagare

Nel 1973 i due amici dei Cahiers du cinema e principali esponenti della Nouvelle Vague, Jean-Luc Godard e François Truffaut, litigano violentemente. Cresciuti umanamente e cinematograficamente assieme sono ormai distanti anni luce sia dal punto di vista estetico che politico. Godard ha progressivamente dato al suo cinema una svolta sperimentale nella forma e impegnata nei contenuti. Truffaut invece è rimasto disimpegnato, ripiegando gradualmente verso il cinema tradizionale. Al cospetto del “sessantotto” il marxista Godard sta convintamente dalla parte dei contestatari e diventa un mito generazionale. Truffaut appoggia in modo più tiepido il movimento, rifiutandosi di diventare un “maître à penser” e di mischiare arte e politica.

La filosofia della Nouvelle Vague ovvero girare film a basso costo, il più possibile in presa diretta, con attori poco noti e senza trucchi del mestiere viene rielaborata dai due amici/nemici in modo diverso. Truffaut, rimanendo fedele alle premesse iniziali, cerca di ricreare la naturalezza spontanea raccontando storie personali ma adattandosi a certe leggi economiche e logistiche del mondo cinematografico. Godard porta l’idea di partenza alle estreme conseguenze: l’approdo è il cosiddetto “Cinema verità”, ovvero un’arte in cui si cerchi di ridurre al minimo se non eliminare del tutto la finzione narrativa, rifiutando almeno in parte le regole del settore. Il regista, per Godard, non deve avere solo preoccupazioni estetiche ma è chiamato ad esprimersi in maniera esplicita sulle questioni socio-politiche.

L’impiego della camera a mano unito alla spiccata propensione alla profondità di campo e al piano sequenza aveva garantito a Truffaut e Godard, da I 400 colpi e Fino all’ultimo respiro in poi, una forte autenticità del recitato. Al giro di boa del ’68 Godard cerca di superare la resa verosimile del reale, facendo coincidere l’opera con la realtà stessa. Dal 1969 al 1972 arriva addirittura a rifiutare il ruolo autoriale fondando un collettivo, il Gruppo Dziga Vertov. La cosiddetta “politica degli autori”, punto basilare della teoria dei Cahier du cinema, viene quindi ribaltata: “non ci sono opere, ci sono solo autori” aveva detto Truffaut all’inizio dell’avventura della Nouvelle Vague. Godard, d’accordo all’epoca con le parole dell’amico, ora mette in discussione il concetto di identità creatrice e di personalità artistica.

Se la “politica degli autori” aveva stabilito la centralità della qualità della messa in scena e della scrittura del regista, con il collettivo Godard giunge quindi a rinnegare se non il ruolo di artista, il narcisismo della firma. A tutto questo si aggiunge un montaggio sincopato e una forte critica alla società dei consumi. Mentre i film di Godard sono allo stesso tempo riflessioni sul linguaggio cinematografico e opere politiche, nella produzione di Truffaut rimane estraneo ogni riferimento sociale e ideologico e viene utilizzato un montaggio convenzionale, in linea con il carattere tradizionale delle trame. Truffaut, che presto si guadagna l’etichetta di qualunquista se non di reazionario, rigetta l’idea di artista impegnato e continua a pensare al suo mestiere come a quello di un professionista che deve concentrarsi sulla narrazione.

Nel 1973 Truffaut gira Effetto notte un film dove si racconta l'iter creativo di un film “classico”, con una parata di trucci tra i quali appunto “l'effetto notte”. Siamo agli antipodi: un cinema politico, "anonimo" e sperimentale a cospetto di un “film nel film” che ambisce al Premio Oscar. In questo contesto Godard scrive una lettera di fuoco a Truffaut, chiedendo denaro al collega per realizzare il suo successivo progetto “alternativo”. Ecco le parole di Godard: “Ho visto ieri Effetto notte. Probabilmente nessuno ti dirà che sei un bugiardo, così lo faccio io. [...]Tu dici che i film sono dei grandi treni nella notte, ma chi prende il treno, in che classe, e chi lo guida con la spia della direzione di fianco? [...]Visto Effetto notte dovresti aiutarmi, perché gli spettatori non credano che i film si fanno solo come i tuoi.”

Truffaut, rifiutandosi categoricamente di prestare all'amico la cifra richiesta, rispedisce al mittente ogni accusa, passando al contrattacco: “Me ne strasbatto di quel che pensi di Effetto notte. Quel che trovo penoso da parte tua è il fatto di andare, ancora oggi, a vedere un film di cui conosci in anticipo il contenuto, che non corrisponde né alla tua idea di cinema né alla tua idea di vita. [...] Tu hai cambiato la tua vita, il tuo cervello e nonostante questo tu continui a perdere ore al cinema a farti male agli occhi. Perché? Per trovare di che alimentare il tuo disprezzo per noi tutti, per rinforzarti nelle tue nuove certezze?” L'apocalittico e l'integrato a confronto. In mezzo un abisso incolmabile. Anche le due lettere sono diversissime: breve e fredda quella di Godard, lunga e appassionata quella di Truffaut.

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