Roll Over Vaughn Williams: la rivendicazione di libertà di Richard Thompson

Roll Over Vaughn Williams: la rivendicazione di libertà di Richard Thompson

Il cantante e chitarrista Richard Thompson, fresco esule dai Fairport Convention, apre il suo primo disco da solista e quindi la sua intera carriera in proprio con un vero e proprio manifesto d’intenti. Henry the Human Fly del 1972 inizia infatti con “Roll Over Vaughn Williams”, una canzone che miscela stilemi del folk inglese con l’elettricità del rock’n’roll americano. Il destinatario dell’invettiva è il compositore di musica colta e ricercatore di ballate popolari Richard Vaughan Williams, defunto, all’epoca dell’incisione, da quasi quindici anni. “Roll Over Vaughn Williams” è una sorta di risposta britannica alla ben più celebre “Roll Over Beethoven”: se nel 1956 Chuck Berry vuole ironizzare sulla musica classica, nel 1972 Richard Thompson desidera dire addio al conservatorismo folk. In effetti nell’ambito della riscoperta delle radici popolari, in Gran Bretagna come negli Stati Uniti, si sviluppa una dinamica di stampo archeologico: si tende a riproporre i brani della tradizione nella stessa forma e con il medesimo arrangiamento. In realtà la parola “tradizione” proviene dal verbo latino “tradere” e in teoria non designa una preservazione filologica del patrimonio collettivo ma un’azione di movimento nel tempo e nello spazio. Tuttavia spesso il tradizionalismo diventa sinonimo di cristallizzazione.

Nell’ambito del folk revival americano e inglese degli anni ‘50, importanti cantanti come Pete Seeger e Ewan MacColl, ispirati dall’attività pionieristica dell’etnomusicologo Alan Lomax, tendono a dimostrare il rispetto per il giacimento aurifero della cultura popolare trattando i brani come frammenti di un passato da preservare o da restaurare. Nonostante si contraddistinguano per uno slancio estetico conservatore se non proprio reazionario, politicamente militano da rivoluzionari nella sinistra radicale del loro tempo: gli allievi di Lomax sono animati infatti dal desiderio di contrapporre alla cultura alta, borghese e aristocratica, un’alternativa bassa ma degna di interesse. Le contaminazioni con le le tradizioni estere e soprattutto con le mode urbane vengono percepite con sospetto come fattori spuri se non come agenti dannosi. Il rischio paventato dai folksinger è quello di compromettere l’antica purezza e la carica eversiva del materiale originale per accontentare l’industria musicale e il pubblico generalista. E così, per paura di svilire la tradizione, si arroccano in una sorta di fortino ideale e si trovano a combattere una battaglia di retroguardia. Totalmente rivolti all’indietro non riescono a cogliere la natura mutevole e cangiante della tradizione, storicamente sempre aperta ai mischiamenti.

Nel triennio tra il 1965 e il 1967 le giovani generazioni di musicisti vogliono esplorare nuove soluzioni e sperimentare strutture inedite: le forme tradizionali vengono quindi superate, in alcuni casi rielaborate in altri stravolte. Intorno al 1968 però anche i ragazzi sentono l’esigenza di riappacificarsi in maniera più canonica e ragionata con il passato e provano a reinterpretare i brani del mondo rurale. A seguito della svolta di Bob Dylan con John Wesley Harding, su entrambe le sponde dell’oceano si sviluppa il fenomeno del ritorno alle radici. In questo contesto la Band in U.S.A e i Fairport Convention in G.B. ricoprono i ruoli cardine e i loro dischi tracciano le coordinate stilistiche. Abbandonate le velleità avanguardiste non si accantonano gli strumenti elettrici: nascono così, sulla scia della rivoluzione di Dylan, il country rock in America e il folk rock in Inghilterra, due sottogeneri frutto di una fertile ibridazione tra passato e presente. Eppure anche in questo contesto, libero e creativo, si ripropone il vagheggiato mito della purezza formale, di qualche anno prima. In polemica con totem e tabù del conservatorismo folk, Richard Thomspon per questa ragione dà inizio alla sua carriera all’insegna del “tradimento”, un’altra parola derivante dal latino “tradere”: perché per tramandare bisogna tradire.

Registrato ai Sound Techniques Ltd. di Londra con John Wood come coproduttore, Henry the Human Fly vede la partecipazione ai cori di Linda Peters, presto sua compagna di vita e carriera, e Sandy Denny, ex collega nei Fairport Convention. Thompson si avvale anche dell’accompagnamento vocale di Ashley Hutchings e Pat Donaldson ma mentre Hutchings si limita al canto, Donaldson contribuisce al disco anche in qualità di bassista. Si replica così l’ossatura del progetto estemporaneo Bunch, nel medesimo periodo sul mercato con Rock On, un album di riletture di classici del rock’n’roll americano. Accanto al ritorno alle radici folk, nel 1968, a seguito del Comeback Special di Elvis Presley, si è innescato in effetti un revival rock’n’roll. Così anche in Inghilterra torna la voglia di rileggere la musica degli anni ‘50: in questo senso l’episodio dei Bunch anticipa di un anno il progetto analogo di John Entwistle Rigor Mortis Sets In del 1973. Nonostante sia palese il tentativo di svincolarsi dal conservatorismo folk, Henry the Human Fly non è un album di puro rock’n’roll e gli altri collaboratori all’incisione, oltre al percussionista e ai fiatisti, si cimentano con strumenti della tradizione popolare: John Kirkpatrick alla fisarmonica, Barry Dransfield al violino, Andy Roberts al dulcimer e David Snell all’arpa

Richard Thompson pubblica Henry the Human Fly, conRoll Over Vaughn Williams”, nel 1972. In aggiunta ai collaboratori citati, John Defereri suona il sax tenore, Jeff Cole il trombone e Clay Toyani la tromba. Timmy Donald suona le percussioni e partecipa al coro.

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