Come Gino De Dominicis vede un tavolo

Come Gino De Dominicis vede un tavolo

 

Alla mostra "Fine dell'alchimia", tenuta nel 1970 alla galleria L'Attico di Roma insieme a Jannis Kounellis e Vettor Pisani, Gino De Dominicis partecipa, con alcune opere, tra le quali Come io vedo questo tavolo, questi piatti, questa bottiglia, queste posate, questo bicchiere e questa pianta. Il titolo del lavoro è fortemente didascalico e non evoca doppisensi scherzosi come in Mozzarella in carrozza o suggestioni surreali come in Poltrona per un viaggio nello spazio. De Dominicis, in questa occasione, si limita ad elencare la serie di oggetti realmente presente nel progetto: un tavolo, due piatti, due posate, un bicchiere, una bottiglia e un vaso con una pianta. L'artista, in modo spiazzante, attribuisce però all'assemblage una natura soggettiva e parziale come fosse frutto della sua personale sensibilità e della sua singolare prospettiva, spingendo così lo spettatore a osservare la creazione con lo sguardo dell'autore. 

In verità il tavolo, le stoviglie e il vasetto sono agli occhi di tutti gli spettatori i medesimi oggetti, posti nello stesso modo. Eppure, assegnando all'assemblage un legame così stretto con la sua persona, De Dominicis da una parte lo sottrae alla dimensione spazio-temporale reale, dall'altro invoglia il pubblico a scandagliare con più attenzione la tavola imbandita, sorvolando sugli aspetti superficiali. Come in Palla di gomma l'autore tratta un pezzo di realtà come fosse una rappresentazione fotografica o pittorica. La posizione soggettiva dalla quale l'artista dice sorgere l'opera è infatti totalmente inconciliabile con la presentazione asettica di una serie di manufatti accostati. Nel tentativo di riflettere sui temi a lui cari di immobilità e immortalità, De Dominicis non realizza quindi un ready made di un insieme di oggetti, ma un ready made di un istante eternato dello stesso insieme. 

Se si dovesse associare il tavolo da pranzo ad un solo artista del '900, la scelta obbligata ricadrebbe su Daniel Spoerri. L'esponente del Nouveau Réalisme è passato alla storia principalmente per i tableaux-pièges e i quadri-trappola sono in larga parte tavole imbandite cosparse di colla in modo da tenere tutte le stoviglie fissate al supporto. I piatti, le posate e i bicchieri vengono quindi sottratti al loro utilizzo e attaccati con tovaglia, tovaglioli e posacenere ad un pannello verticale, come tele da esporre alle pareti. Dalla situazione reale di partenza alla creazione dell'opera non cambia nessun dettaglio nella disposizione del materiale, eccezion fatta per la posizione inedita dell'insieme di manufatti. Se Marcel Duchamp preleva un oggetto singolo da un contesto e se ne appropria, Spoerri appone la propria firma all'intero contesto, elevando ad opera d'arte tutto il piano del mobile.

A differenza degli oggetti d'affezione di Man Ray, i quadri-trappola di Spoerri non vedono quindi la giustapposizione analogica di elementi prelevati da ambienti differenti e posti a reagire sotto l'influsso di meccanismi inconsci come un ferro da stiro e una manciata di chiodi. Gli assemblage del nouveau réaliste sono caratterizzati da coerenza logica e assumono un aspetto straniante solo per la posizione assegnata. In questo senso si riecheggiano nuovamente le opere di Duchamp: Fontana con l'orinatoio girato al contrario o Scolabottiglie con l'oggetto appeso al soffitto. I tavoli di Spoerri sono quindi dei potenziali soggetti per nature morte considerati invece quadri essi stessi. Il cortocircuito tra rappresentato e rappresentazione ha sicuramente alcuni tratti comuni con la prospettiva personale con la quale De Dominicis presenta il suo progetto nel titolo.

Se entrambi gli artisti giocano con il concetto di ready made, Spoerri eleva ad opera d'arte un insieme di manufatti già in relazione nel mondo reale, mentre De Dominicis si appropria di un contesto simile ma in un singolo e preciso attimo per sottrarre il tavolo e le stoviglie alla caducità del tempo e rendere quella porzione di materia eterna e immutabile. Non è un caso che Spoerri incolli nei piatti cibo deteriorabile mentre De Dominicis lasci le stoviglie vuote e immacolate per non compromettere la purezza dell'astrazione: la pianta è il solo elemento soggetto a mutazione naturale e quindi più difficile da trasportare in una dimensione atemporale. Per l'artista del Nouveau Réalisme il cibo è un elemento importante della propria poetica, protagonista del suo ristorante di Düsseldorf e della sua Eat Art Gallerie: è grazie a questo circuito culinario che riesce a trovare il materiale per i tableaux-pièges. 

Per De Dominicis il cibo è solo un elemento accessorio nella già citata Mozzarella in carrozza e un'allusione marginale in Come vedo io il tavolo. Nel primo caso, il riferimento all'alimento è semplicemente funzionale alla battuta e alla natura ironica dell'installazione; nel secondo, l'assenza della pietanza nel piatto aiuta lo spettatore a focalizzarsi sul tema principale dell'opera: la relazione tra fissità e eternità. Storicamente gli artisti hanno cercato di rimanere vivi dopo la morte cercando di realizzare opere intramontabili che potessero eternare il loro nome grazie alla fama. De Dominicis invece cerca di effettuare invece un ragionamento a priori, di carattere filosofico e tenta di sottrarre al destino del mondo, pezzi di realtà sottraendoli al naturale decorso del tempo. In questo modo il tavolo e gli altri oggetti, sottratti al loro ambiente ma anche alla loro epoca, fluttueranno intonsi per sempre.

 

 

 

Gino De Dominicis realizza Come io vedo questo tavolo, questi piatti, questa bottiglia, queste posate, questo bicchiere e questa pianta nel 1970. 

(): quando i Men citano gli Spacemen 3 che citano gli Mc5

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Gino De Dominicis fa sparire gli oggetti

Gino De Dominicis fa sparire gli oggetti