Screamin' Jay Hawkins subisce un sortilegio da Paul McCartney e si dà al reggae

Screamin' Jay Hawkins subisce un sortilegio da Paul McCartney e si dà al reggae

Screamin' Jay Hawkins, ad inizio anni '70, si è lasciato alle spalle da molti anni i fasti di "I Put a Spell On You" e da pochi mesi il ritorno sulle scene con "Constipation Blues". Tra il brano di successo sulla macumba e la simpatica canzone sui problemi intestinali, Screamin' Jay Hawkins ha tentato di replicare la formula azzeccata, senza riuscirci. Dopo il fuoco di paglia del blues della costipazione, Hawkins si affaccia al nuovo decennio con speranze e ambizioni presto deluse. Nei '70 cambia spesso etichetta, non riesce a raggiungere la vetta della classifica, a dare alle stampe opere importanti e a vantare una certa continuità discografica. Tra le uscite minori e sporadiche del periodo, si distingue, almeno per la curiosità della loro natura, un terzetto di singoli del biennio '73-'74, con alcune canzoni ripubblicate su LP a fine decennio e spesso erroneamente considerate più tarde. Questa piccola parte della sua produzione vede Hawkins approcciarsi in modo inedito al reggae. 

Jay è reduce dall'LP A Portrait of a Man and His Woman, un disco blues abbastanza convenzionale, senza i guizzi del passato. La donna citata nel titolo e raffigurata in copertina è la sua seconda giovane moglie: Ginny. Il giornalista musicale Nick Tosches, in occasione di un'intervista per Creem, dà un ritratto esemplare della coppia. Jay e Ginny Hawkins in quel periodo abitano in una stanza del nono piano dell'hotel Bryant a Broadway, in compagnia del gatto siamese Cookie. Jay è sul letto, beve caffè, fuma sigarette e registra su cassetta un disco di Frank Sinatra. Altri nastri sono sparsi in stanza e Tosches chiede di poter ascoltare "Game of Love", credendo si tratti di una cover del brano di Wayne Fontana and the Mindbenders. Invece la canzone è un inedito nel quale Jay si dice diviso tra l'amore coniugale e la passione per un'altra donna. Ginny, innervosita dal tema trattato nel brano, trasforma l'incontro con il critico in una scenata di gelosia. 

Proprio in quel momento del suo percorso umano e artistico, Screamin' Jay Hawkins è responsabile di un'incidentale pubblicazione reggae.Tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, la musica giamaicana inizia ad uscire dai confini dell'isola per approdare in USA e UK. In Gran Bretagna, in ambito mod, si accosta alla passione per blues, rhythm and blues e soul quella per ska, rocksteady e reggae. La sottocultura "made in Jamaica" dei rude boys si mischia quindi con la sensibilità dei mod per confluire nella definizione di hard mod: lo zoccolo duro dei "modernisti" che non cede alle lusinghe della psichedelia e ha come principale passione la black music. Più legati all'etica e all'estetica della classe lavoratrice, gli hard mod gettano le basi per la creazione del vasto mondo skinhead. Tra i tanti appellativi affibbiati ai mod duri e puri, si deve ricordare trojan skinhead, soprannome legato alla sigla della principale etichetta discografica di musica giamaicana in Inghilterra. 

In quel momento storico, Johnny Nash  è il primo artista di colore ma non giamaicano a portare al successo sonorità reggae-pop grazie a canzoni come “Hold Me Tight” e “I Can See Clearly Now”. Presto però cresce l'interesse per la musica dell'isola caraibica, anche da parte di affermate rockstar bianche. Dapprima Paul Simon dà alle stampe la riuscitissima “Mother and Child Reunion”, poi i Led Zeppelin con “D'yer Mak'er” e Elton John con "Jamaica Jerk Off" in modo diverso e discutibile, provano l'esperimento di contaminazione della musica giamaicana con l'hard rock e il glam. È però Eric Clapton, tornato sulle scene dopo qualche anno di silenzio, a spingere il reggae alla ribalta nel mondo del rock, grazie alla sua versione di “I Shot the Sheriff”, brano che interpreterà anche Screamin' Jay Hawkins a fine carriera. Intanto Bob Marley sbarca a Londra e con Catch a Fire trasforma la musica giamaicana da periferica ad internazionale.

Capitolo a sé merita Paul McCartney. Già all'epoca del White Album dimostra attenzione per la musica reggae nella stesura della canzone più semplice della seconda parte di carriera dei Beatles: "Ob-La-DiOb-La-Da". La filastrocca amata dai bambini ma detestata dagli stessi Lennon e Harrison, introduce per la prima volta le sonorità giamaicane in un disco pop: il Desmond citato nel testo è uno dei pionieri del genere, Desmond Dekker. Se "Ob-La-DiOb-La-Da" non è il capolavoro dei Beatles, McCartney fa peggio in due pezzi reggae incisi con gli Wings: “C Moon” e "Love Is Strange". Ma tra la fine dell'epica storia dei fab four e la discutibile esperienza con il gruppo successivo, Paul McCartney dà alle stampe, dopo un esordio interessante anche se in tono minore, il suo vero capolavoro solista: Ram, cointestato alla moglie LindaNel disco più beatlesiano di un ex membro del gruppo, normale prosecuzione del lato B di Abbey Road, si fa notare una strana canzone.

"Monkberry Moon Delight" è un pezzo cantato con la voce roca e graffiata che Macca aveva già sfoderato in "Oh! Darling". Il testo è ispirato da alcune parole storpiate dai suoi figli e da "Love Potion no.9", brano giocoso su una pozione afrodiasaca, interpretato a fine '50 dai Clovers. Ma l'immaginario della canzone è senza dubbio debitore, in maniera profonda, alla stravagante produzione dello stregone del primo rock'n'roll: Screamin' Jay Hawkins. Passato alla storia per "I Put a Spell On You", un delirante e urlato sortilegio ai danni dell'amata, il bluesman suis generis aveva cercato di bissare il successo con "Alligator Wine", una canzone in qualche modo anticipatrice di "Love Potion no.9". Le liriche infatti consistono in una sorta di elencazione di ingredienti per una pozione d'amore: sangue di coccodrillo, occhio di pesce e pelle di rana si miscelano nell'acqua di palude per realizzare il vino dell'alligatore, da offrire ingannevolmente alla donna da conquistare. 

"Love Potion no.9" e "Alligator Wine" sono quindi i due punti di riferimento per "Monkberry Moon Delight": la pozione di cui parla il testo di McCartney, dominato da giochi di parole ed espressioni nonsense sulla falsariga di "Glass Onions", è però una bevanda di fantasia, a metà strada tra un intruglio fiabesco e un cocktail lisergico. Non è la prima volta che Paul si ispira a stili musicali degli anni '50 per creare nuove canzoni: lasciando a latere i brani music hall è giusto ricordare la pubblicazione, a corollario del White Album, di un chiaro omaggio a Fats Domino: "Lady Madonna". Il pianista di New Orleans, compresa la sintonia del brano dei Beatles con la sua produzione, non ha tardato ad inciderne una riuscita esecuzione. Lo stesso capita, qualche anno più tardi, a "Monkberry Moon Delight" presto registrata dal suo ispiratore: non sappiamo se l'idea della cover sia merito di Hawkins o sia McCartney ad averla propiziata, ma si ha certezza dell'apprezzamento dell'autore. 

A due anni dalla pubblicazione di Ram e dal successo discografico di Dave & Ansel Collins con "Double Barrel", un brano reggae alla maniera Screamin' Jay Hawkins, il padre dello shock rock dà quindi una sua personale interpretazione del pezzo di Macca su un oscuro 45 giri. La cover del pezzo è, al contrario dell'originale, fortemente ispirata al reggae con alcuni accenni, nell'uso degli effetti, alla nascente dub. Siamo nel 1973, l'anno in cui Bob Marley arriva alla ribalta della scena planetaria e porta all'onore della cronaca il suo genere musicale. Screamin' Jay Hawkins si trova quindi ad azzeccare lo stile giusto nel momento fortunato: la natura modesta della casa discografica compromette però qualsiasi velleità da classifica. "Monkberry Moon Delight", nella versione dallo sciamano della black music, passa, in modo convincente, da filastrocca giocosa a sortilegio demoniaco, nella più classica tradizione del personaggio, richiamando alla mente "Alligator Wine".

Il lato B della cover è l'autografa "Sweet Ginny", uno strumentale di blues canonico, con piano e fiati in evidenza, dedicato alla compagna di Hawkins. Ancora più spasmodico ed eccitante, il singolo successivo è un funk indiavolato degno del suo allievo George Clinton e scritto proprio da Ginny insieme a Orvitt Samuels: "Africa Gone Funky". In doppia versione cantata e strumentale, è il seguito naturale di "What good Is It" ma purtroppo non funge d'apripista ad un LP con le stesse coordinate stilistiche. Il terzo 45 giri chiude il cerchio, torna su terreni più battuti e in qualche modo pone fine alla strana fase di transizione della carriera del nostro. "Voodoo" di Joey Levine e Marc BellackHawkins trasforma la macumba in vaudeville da cartoon e "You Put the Spell On Me", scritta di suo pugno, ribalta il classico: in questo caso è l'artista a subire il sortilegio dall'amata. "You Put the Spell On Me" è quindi la perfetta nemesi per lo stregone ammagliato dalla sua Ginny

 

 

 

Screamin' Jay Hawkins pubblica "Monkberry Moon Delight/Sweet Ginny" nel 1973 la Celebration, "Africa Gone Funky/Africa Gone Funky" sempre nel 1973 per la London Records e "Voodoo/You Put the Spell On Me" nel 1974 per la RCA Victor. Paul & Linda McCartney danno alle stampe nel 1971 l'LP Ram, con il brano ""Monkberry Moon Delight".

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