La scomparsa degli scarabocchi

La scomparsa degli scarabocchi

Vi fu un tempo in cui, accanto al telefono grigio con la griglia tonda girevole, si accomodava, sul mobiletto preposto, un block-notes munito di penna. In teoria la funzione dei foglietti per gli appunti era quella propria: segnare al volo numeri o indirizzi uditi, al ricevitore, da parenti, amici o colleghi. In pratica, invece, il quadernetto serviva da pentagramma vuoto per schiribizzi grafici improvvisati: ritratti improbabili di interlocutori telefonici o fantasie astratte, geometriche o informali. Più spesso una miscela surreale di date e dati puntuali e arabeschi a mano libera: e così la “s” finale di “Via De Amicis” si trasformava in un serpente tropicale che si dipanava ad anse come un fiordo scandinavo, trasformandosi prima in un reticolo euclideo, poi in un vulcano in eruzione e infine in una trama floreale. Quadratini, stelline e cuoricini si giustapponevano a ritratti naïve di nonno Mario, di Lucia, la spasimata di sempre, e di Simone, fosse il collega più gentile o il compagno di classe più odiato. Il numero di telefono del Dottor Parodi prendeva vita, verso la sesta cifra, e sull’8 nasceva una cornicetta di bolle e palloncini, che vomitavano coriandoli come pentolacce a Carnevale.

Alla biro si alternavano nonno e nipote, mamma e papà, per continuare lo schizzo del parente che li aveva preceduti alla cornetta. Un’opera collettiva in eterno itinere. Il blocco da “foglio bianco” non era nel novero delle ipotesi possibili, perché quei disegnini non erano stati commissionati da nessuno e a nessuna funzione erano destinati. Vigeva la più totale libertà di espressione, fatta eccezione per l’autocensura dei ragazzini nell’evitare accuratamente la raffigurazione di cazzi e tette, che avrebbero potuto scandalizzare gli occhi di nonna. Per l’esecuzione il limite di tempo era quello della chiamata e il confine spaziale consisteva nelle dimensioni del foglietto. Non si rispettava nessuna altra regola non scritta. Mentre si vergava un semicerchio o si incuneava una serie di angoli retti, si pensava ad altro: a quello che lo zio Romeo ci stava balbettando al telefono o, al contrario, distraendoci pure dalle parole del noioso parente, ai più amabili fatti nostri. E vagando con la mente tra il cofano cromato di una Porsche, il disco tanto desiderato dei Nirvana e gli occhi azzurri di Laura, la vicina di casa, davamo realmente libero sfogo al nostro estro, in uno stato di trance. Per poi, talvolta, annerire tutto con una serie di rigacce.

Non vi era nulla di razionale ma una sorta di incrocio tra il flusso di coscienza di James Joyce e l’automatismo psichico surrealista. E tutto in meno di dieci centimetri quadrati, senza nessuna conoscenza tecnica come requisito minimo per poter iniziare a sbizzarrirsi. Massima autonomia per il nostro lato artistico ma anche catartica valvola di sfiato per l’abisso del nostro inconscio. Una cuccagna per ipotetici critici d’arte porta a porta ed eventuali psicologi a domicilio. In quel tempo, ormai perduto, si sarebbe potuta realizzare una mostra di tutti gli scarabocchi di famiglia: staccati dal blocchetto uno ad uno ed appesi in sala, dopo aver accuratamente rimosso dalla tappezzeria le banalissime marine e le detestabili nature morte, avrebbero potuto trasformarsi in un’esposizione permanente della genialità della propria casata borghese. E invece niente. Tutti noi, con in mano i cellullari di vecchia e nuova generazione, abbiamo buttato via i ghirigori e abbiamo rinunciato per sempre alla semplice idea di farne di nuovi, abdicando di fatto alla nostra inventiva. E così, con un po’ di sudditanza psicologica nei confronti degli artisti di professione, abbiamo gettato tutti i nostri possibili capolavori nel cestino.  

Sulla carta da parati sono rimasti quei quadri orrendi con le donne al pianoforte, la cacciagione vicino ai vasi di fiori e i paesaggi innevati. Emblemi, nel miglior caso possibile, della discreta capacità tecnica di pittori provinciali, privi però di un pur residuale barlume di immaginazione. D’altronde sempre più anonime sono le scritte sui muri delle città: niente a che vedere con i surreali slogan del ‘68. L’arte, mossi i suoi primi passi sulle pareti delle grotte, è finita definitivamente dentro le cornici dei quadri nei musei. E pure i graffitari, rappresentanti dell’ultima risacca di resistenza della pittura nella vita reale, vengono prima o poi fagocitati dal sistema espositivo, da Basquiat a Banksy. Per quanto riguarda noi altri, persone comuni, si vive la creatività sulle bacheche di facebook, scrivendo messaggi ironici e fabbricando rudimentali fotomontaggi. Un tempo li avremmo fatti a mano sul foglio o sull’intonaco, insomma su una porzione di spazio della nostra esistenza quotidiana, oggi li concretizziamo solo virtualmente. Però nei viaggi in treno coloriamo pazientemente gli album prestampati, facendo molta attenzione a rimanere tra le righe, come quando da bambini, alla scuola materna, hanno iniziato ad insegnarci a rinunciare alla fantasia.

La scomparsa delle scritte a biro sulle banconote

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Fenomenologia di Jessica Fletcher

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