Brian Jones: il principe della psichedelia

Brian Jones: il principe della psichedelia

Nell'anniversario dei '50 anni dall'annus mirabilis della psichedelia ci si divide tra chi ricorda la psichedelia americana jammona e strippona dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead, chi si concentra sui power trio Jimi Hendrix Experience e Cream, chi parla solo dei "veri" psichedelici Pink Floyd e 13th Floor Elevators, e dei loro leader mattacchioni. Poi c'è il Sgt. Pepper capolavoro stravenduto e Smile il capolavoro bruciato e archiviato. Tra le altre cose però ci stanno pure i Rolling Stones: l'album Their Satanic Majesties Request è considerato il loro pezzo più debole dell'epoca d'oro, per alcune canzoni pop un po' facilone e per una jam etnica sconclusionata. Giocoforza risulta spesso un album minore della psichedelia. Eppure al suo interno ha perlomeno un singolo perla, un'accoppiata da campioni: "She's a Rainbow/2000 Light Years from Home", che non ha nulla da invidiare al 45 giri dell’anno: "Penny Lane/ Strawberry Fields Forever". Gli Stones vestiti da alfieri del flower power non convincono, ad eccezione di Brian Jones. Keith Richards sembra un contrabbandiere, Charlie Watts un pastore, Bill Wyman il fante di coppe e Mick Jagger un bambino vestito da mago alla recita di fine anno. Ma Brian Jones è un vero e proprio principe delle favole. Ed è lui per una volta a farla da padrone.

Accusati di scimmiottare i Beatles nel vestiario, nella grafica e nella musica in realtà gli Stones del 1967 hanno poco a che fare con i loro cugininetti. Innanzi tutto si presentano come hippy del male, discepoli di sua maestà il demonio, non senza ironia. Una psichedelia nera la loro, diametralmente opposta a quella solare della banda del Sergente Pepe e del club dei cuori solitari. Se si apre il disco ci si imbatte poi in un labirinto inscritto in quella che sembra la pianta di Castel del Monte: il centro però è irraggiungibile. Al labirinto si affianca un collage, ad opera di Brian Jones, creato con immagini di dipinti classici, occidentali e orientali e immagini futuristiche di città spaziali e osservatori astronomici. La grafica è ispirata al Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch: un’accozzaglia di corpi di uomini e di donne da far invidia al Monterey Pop Festival. Non si vede però nessuna immagine pop e nessun riferimento alla contemporaneità (tranne un surfista), al contrario della copertina del Sgt. Pepper, florilegio di personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo del ‘900. L’eden lussurioso e godereccio si declina al passato remoto e al futuro semplice.

Pur apprezzando il suo ruolo di collagista, Brian Jones dà il suo meglio al mellotron: soprattutto in "2000 Light Years From Home", è duemila anni luce avanti rispetto al 1967 e allo stesso tempo così legato all'epoca. Brian Jones con quel proto-campionatore così mastodontico e difficile da gestire, riesce a creare la colonna sonora per un viaggio interstellare di una ciurma di finti hippy e satanisti cialtroni, in rotta verso l’età dell’oro. Nel Sgt. Pepper questa componente spaziale è totalmente assente. Sono invece i Pink Floyd di Syd Barrett e gli Hawkwind ad essere considerati, a ragione, i padri dello space rock. Ma pure i Rolling Stones hanno dato il loro insospettabile contributo e sono venerati da band shoegaze e neopsichedeliche. Citofonare agli Spacemen 3, agli Spiritualized e ai Brian Jonestown Massacre autori non a caso del Their Satanic Majesties' Second Request.

Le finte teste di Modigliani

Le finte teste di Modigliani

Quando Truffaut e Godard si mandarono a cagare

Quando Truffaut e Godard si mandarono a cagare