Bob Dylan guarda il fiume scorrere e preannuncia il capolavoro futuro

Bob Dylan guarda il fiume scorrere e preannuncia il capolavoro futuro

Bob Dylan, dopo l’ottimo John Wesley Harding in bilico tra folk e country e il buon Nashville Skyline in pieno stile country, perde l’orientamento artistico e si dedica a un lavoro scadente e sconclusionato: Self Portrait. Il secondo album doppio, dopo il capolavoro Blonde on Blonde, è emblematico della crisi dell’artista fin dalla confezione: il volto di Dylan infatti non è facilmente riconoscibile nell’autoritratto posto in copertina. E l’accozzaglia di brani altrui, riletti in modo opinabile, e canzoni proprie, strutturate in maniera scialba, non delinea neppure lontanamente il profilo di uno dei principali autori di musica americana. Self Portrait del 1970, più che un autoritratto definitivo dell’artista, sembra un’istantanea mossa e sbiadita di una sua momentanea fase di smarrimento. L’opera sfoggia arrangiamenti barocchi per cori e archi, comprende brani incisi malamente sia in studio che dal vivo e ospita a sorpresa entrambi i timbri vocali di Dylan, quello vecchio e nasale e quello nuovo e vellutato. La stramba alternanza stilistica e contenutistica, in un’incoerente oscillazione tra pop patinato e country scalcinato, sconfina a passo insicuro nei territori del gospel e rende Self Portrait un’opera inclassificabile e marginale, un capitolo minore in una produzione eccelsa.

Dylan tenta di riacquistare credibilità grazie a New Morning, che fin dal titolo allude all’idea di rinascita. Il buon disco si ricollega in parte al periodo country e in parte alla trilogia elettrica ma mantiene le venature gospel dell’LP precedente. Senza raggiungere le vette di John Wesley Harding e Blonde on Blonde ma allontanandosi dagli abissi di Self Portrait, il nuovo album mette in fila una serie di buone composizioni, tra qualche riempitivo e alcune gemme. Ma la sensazione di fondo è che il giorno nuovo annunciato dal titolo sia più un augurio che una certezza. Dylan, ripreso a tempo pieno il suo registro vocale classico, non approfondisce a sufficienza la matrice gospel e rimane ancorato ai vecchi stilemi, senza aggiornare in modo sostanziale suoni e arrangiamenti. Nel 1970, Dylan, deciso a dare una svolta vera alla sua carriera, rinuncia ai suoi collaboratori e ipotizza di usare come band di supporto i Dixie Flyers di Jim Dickinson ma la seduta di registrazione prevista viene annullata per una lite tra il manager Albert Grossman e il discografico Jerry Wexler. La contesa tra i due verte sui diritti d’autore della colonna sonora del film Woodstock, il documentario sul celebre evento musicale e sociale al quale Dylan non ha partecipato pur vivendo nella stessa cittadina.

Nel 1971, Dylan sposta il suo sguardo dalla Memphis di Elvis Presley all’Oklahoma di Woody Guthrie e accantonata la possibile collaborazione con Dickinson, si rivolge al pianista Leon Russell. Il tastierista, in quel momento attivo a Los Angeles ma reduce dalla fortunata esperienza in Inghilterra con Joe Cocker, porta con sé a New York alcuni musicisti di fiducia: Jesse Ed Davis e Don Preston alle chitarre, Carl Radle al basso e Jim Keltner alla batteria. Il cantautore è interessato al miscuglio di gospel e country, soul e blues portato avanti non solo da Cocker e Delaney & Bonnie ma anche dal loro carrozzone di musicisti negli album di Rolling Stones, George Harrison ed Eric Clapton. Dylan desidera quindi muoversi nella medesima direzione dei suoi illustri colleghi e imprimere al suo percorso un ulteriore cambio di passo dal country in direzione del Tulsa sound. Se George Harrison, grazie alla produzione di Phil Spector, trascina gli strumentisti verso lidi più eterei ed Eric Clapton rimane influenzato dal modello southern di Duane Allman e dallo stile laid back di J.J. Cale, Dylan come gli Stones giustappone l’interesse per il country e il blues a un piglio più genericamente legato al rock’n’roll ma, nella session con Russell, rinuncia alle sonorità soul e gospel.

Presso i Blue Rock Studios di New York la squadra incide, a inizio 1971, due inediti "When I Paint My Masterpiece" e "Watching the River Flow" oltre a una serie di cover rimaste nei cassetti, “That Lucky Old Sun”, "Spanish Harlem", "Rock of Ages", "Blood Red River" e “Alabama Bound”. La musica di "Watching the River Flow" è una sorta di standard blues simile a “Leopard-Skin Pill-Box Hat” e frutto di un’improvvisazione in studio mentre il testo è ispirato a due brani tradizionali: "The Water is Wide" e "Old Man River". "When I Paint My Masterpiece" invece è una composizione meno canonica e più meditata, ultimata dall’autore prima della seduta di registrazione. Se i versi del primo pezzo delineano una descrizione impressionistica di una scena della provincia americana, le liriche del secondo tratteggiano il racconto surreale di un viaggio in Italia. In realtà entrambi i brani parlano, in modo sardonico, della crisi umana e del blocco artistico di Dylan: "When I Paint My Masterpiece" si prende gioco dell’incapacità di raggiungere l’eccellenza e "Watching the River Flow" ironizza sulla mancanza totale di idee. Dylan, auspicandosi di tornare a scrivere capolavori in futuro, si limita a guardare il fluire della vita, accettando in maniera ironica ma serafica la sua fase di impasse.

Durante l’incisione dei due brani, se Russell svolge al meglio i compiti di organizzatore, produttore e pianista è Jesse Ed Davis, con la sua strepitosa chitarra slide, a contendere a Dylan la parte da protagonista. Senza nulla togliere alle prestazioni degli altri turnisti, il contributo del chitarrista di origine Comanche e Kiowa è davvero notevole per freschezza e inventiva. In primo luogo Davis risulta una carta vincente perché quasi estraneo al circuito maggiore: non ha partecipato all’esperienza con Joe Cocker, ha svolto un ruolo marginale nel percorso di Delaney & Bonnie e si è limitato a comparire nei lavori di Leon Russell. Collaborerà presto con George Harrison, John Lennon ed Eric Clapton ma in quel momento ha solo preso parte con Taj Mahal alle riprese del Rolling Stones Rock’n’Roll Circus. Il chitarrista non ha dalla sua solo la qualità tecnica e l’effetto novità, ma può vantare uno stile non sovrapponibile al tocco laid back di J.J. Cale e non assimilabile all’estetica oakie di Russell. Davis, con e senza Taj Mahal mischia in un modo totalmente originale country e blues, soul e gospel, risultando il modello principale per Duane Allman e tracciando, parallelamente a Link Wray, una via personale verso le radici più profonde e ancestrali della musica americana.

Dalla collaborazione con Russell e Davis, nascono quindi due brani "Watching the River Flow" e "When I Paint My Masterpiece": nonostante il carattere speculare dei due pezzi, il primo viene pubblicato su 45 giri in accoppiata con uno scarto di New Morning, “Spanish is the Loving Tongue”, e il secondo viene incluso dalla Band nel disco Cahoots. Entrambi i brani trovano spazio in Greatest Hits Vol. II del 1971, insieme a grandi classici e altri inediti. Dylan non solo non approda a un intero LP con il nuovo stile ma, alla fine dello stesso anno, compie un piccolo cambio di rotta: incide, insieme al polistrumentista Happy Traum, "Down In The Flood", "You Ain't Going Nowhere" e "I Shall Be Released" per Greatest Hits Vol. II e da solo e con Kenneth Buttrey alla batteria, Ben Keith alla steel guitar e Leon Russell al basso le due versioni di “George Jackson”, per il successivo 45 giri. I tre brani provenienti dalle cosiddette The Basement Tapes e la nuova canzone in onore del militante del Black Panther Party sono buoni se non ottimi brani ma a livello stilistico segnano un passo indietro dal Tulsa sound dell’incisione precedente a un panorama strettamente acustico e più canonicamente country e folk. L’artista non solo non si avventura in ambito gospel ma sembra tornare su suoi passi, verso un porto più sicuro.

Nel 1973, Dylan si dedica alla lavorazione della colonna sonora di Pat Garrett & Billy the Kid per il film di Sam Peckinpah al quale prende parte anche in veste di attore. Nella serie di strumentali in chiave country & western, si lascia alle spalle definitivamente il Tulsa sound e approda al tex mex, e tra i brani d’atmosfera sembra inserire il capolavoro preannunciato in "When I Paint My Masterpiece": “Knockin' on Heaven's Door”. Finalmente Dylan riesce a coniugare alla perfezione la sua storica matrice folk con l’afflato gospel e crea un’impeccabile composizione di addio e redenzione. Paradossalmente una canzone sulla morte segna la vera rinascita di Dylan, quella solo annunciata da New Morning. I picchi toccati successivamente, in alcuni episodi dell’interlocutorio Planet Waves e dall’intero sbalorditivo Blood on the Tracks non sono però la continuazione dell’unicum rappresentato da “Knockin' on Heaven's Door”, quanto il frutto del ripensamento stilistico attuato nel 1971. Nel biennio 1974-1975, Dylan ridefinisce la sua cifra stilistica riattualizzando alcuni elementi della trilogia elettrica e del suo bagaglio country e folk, ma accantonando le tentazioni del Tulsa sound. “Knockin' on Heaven's Door” rimane invece la vera perla del periodo, l’irripetibile incontro la tra il coro gospel e la chitarra acustica.

Bob Dylan pubblica il 45 giri "Watching the River Flow/Spanish is the Loving Tongue” nel 1971. Sempre nel 1971 pubblica "Watching the River Flow” e "When I Paint My Masterpiece" in Bob Dylan's Greatest Hits Vol. II.

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