Anatomia di un conformismo: il punkabbestia

Anatomia di un conformismo: il punkabbestia

Nella società occidentale, soprattutto dalla seconda metà del ‘900 in poi, sono sorte varie tipologie di controcultura. Le risacche alternative nascono in antitesi alla cultura dominante, ma spesso ricadono nello stesso conformismo che contestano. Andy Warhol diceva: “Le masse vogliono apparire anticonformiste, così questo significa che l'anticonformismo deve essere prodotto per le masse”. Ecco quindi gli hippy tutti pacifisti e colorati, capelloni e sotto acido, i punk tutti violenti ed eroinomani, con la cresta ed il giubbotto e i dark tutti scuri in volto e gotici nel vestiario, depressi e sotto psicofarmaci.  Spetta al musicista freak ed eccentrico militante Frank Zappa il primato: deride prima di ogni altro gli stereotipi della controcultura, attaccando il flower power con la stessa veemenza riservata alla Cia, al governo e alla tv. Negli ultimi anni la cultura blandamente punk e quella genericamente giamaicana si sono fuse in un unico prototipo controculturale: il punkabbestia. Il termine non è chiaro derivi dal toscano col significato di “molto punk” o dal dialetto meridionale nell’accezione “punk con l’animale”. Dicesi punkabbestia: ragazzo o ragazza, con rasta, piercing e qualche tatuaggio, trasandato nel vestire e manchevole nell'igiene, con cane a seguito e giocoleria. Maglie slabbrate giallo ocra, pantaloni larghi verde malva e bisacce logore rosso mattone. I colori possono essere invertiti. Clave, palline ma anche kit da mangiafuoco. Canna in bocca, sempre.

Il punkabbestia è un reietto della comunità, per scelta sua o degli altri. Rifiuta le logiche e gli stilemi della società, ma vaga inerme e innocuo al suo interno, elemosinandone le briciole. Ritiene il rituale della canna il momento più importante della vita di un essere vivente e per questo lo replica all’infinito, consacrandogli la maggior parte del proprio tempo. E di tempo ne ha molto. Guarda alla stazione ferroviaria come ad un campo base della propria esistenza, alla panca sotto i portici come al proprio nido ed al centro sociale come ad un hotel di lusso. Dorme per strada tra i cartoni ma poi torna da mamma il fine settimana. Non studia, non lavora, non guarda la TV, non va al cinema e non fa sport come nella celebre canzone dei CCCP. Ma nonostante non concorra in nulla alle sorti progressive dell’umanità pretende denaro per i suoi spettacolini dilettanteschi. Gli ascolti del punkabbestia vanno dal punk alla musica giamaicana, arrivando fino alla musica elettronica da ballo dei rave party: tra le loro fila non vi è  un solo ammiratore spassionato di Mozart o un unico fan indiavolato di Coltrane. Anche se punk, ska, rocksteady, reggae e dub sono musiche nate prima del 1980 i punkabbestia si ritengono, ancora oggi, il nuovo che avanza. Giorgio Gaber, all’epoca della rottura con il movimento contestatario, non esitò a definire i protagonisti di quella generazione “polli d’allevamento”, etichetta ampiamente riutilizzabile.

I punkabbestia si sentono ragazzini anche quando, ormai vecchi e debilitati, continuano a impiastricciarsi di miele i rasta, a tintinnare i piercing e a far roteare per area palline o clave. Ustionarsi l’apparato respiratorio sputacchiando alcol su una torcia più che da adolescenti è da cretini. In ogni modo la “gioventù bruciacchiata” si trascina flemmatica e imbambolata per tutta la vita da un concerto punk in un centro sociale ad un rave party, in cui la droga è più sintetica della musica. Sembra impossibile una tale coincidenza di gusti in un così vasto pubblico: la simultanea passione per le stesse razze animali, gli stessi tipi di abbigliamento, gli stessi generi musicali, le stesse varietà di stupefacenti. Eppure migliaia di ragazzi si aggirano disorientati vestendo, ascoltando e divertendosi nella stessa maniera. Magari stramaledicendo l’omologante cultura di massa,  la funzione pervasiva della TV e il modello unico propinato dal “sistema” mediatico. E questa profonda critica alla società dei consumi ogni punkabbestia che si rispetti la rivolge con uguale fervore, arrotolandosi nella medesima maniera una “sigaretta” artigianale, con cartina, filtrino, marijuana e tabacco in busta. Poi, archiviato l’anatema e girata la canna, il nostro eroe si siede sui gradini di un portone o sulla panchina di un parco, prende tra le gambe il suo bongo e inizia a suonare, fuori tempo, un ritmo vagamente africano. Chiude gli occhi e il mondo continua a girare come al solito.

Pier Palo Pasolini in total Gucci

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Il profilo facebook delle persone morte

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