Un vichingo americano in Germania: Moondog ai margini del krautrock

Un vichingo americano in Germania: Moondog ai margini del krautrock

Louis Thomas Hardin in arte Moondog, soprannominato il “vichingo della sesta strada”, è un poeta e musicista di strada americano. Ispirato ai miti norreni e alla mitologia nordica, Moondog si traveste da dio Thor, con pelli e mantello, elmo cornuto e lancia medievale, ed esprime la propria creatività dal 1949 al 1972, a New York, tra la cinquantaduesima e la cinquantacinquesima strada. Non vedente dall’età di sedici anni e con barba e capelli lunghi da poco più tardi, distribuisce composizioni musicali e poetiche ai passanti e si esibisce in concerti improvvisati con strumenti di sua invenzione, come la trimba. Cieco e vagabondo come Odino, si interessa alla cultura teutonica in virtù delle sue origini mitteleuropee: discendente dell’eroe del west John Wesley Hardin, si sceglie il nome d’arte in onore di Lindy, il cane della sua infanzia. La sua giovinezza è condizionata dall’incidente che lo priva della vista e dalla vita girovaga del padre predicatore e della madre organista. Nasce in Kansas ed entra in contatto con gli indiani d’America in Wyoming, subisce i danni di un’esplosione in Missouri e studia musica in una scuola per non vedenti in Iowa. A seguito del divorzio dei genitori e del tracollo economico della sua famiglia, nel 1943 si trasferisce a New York, entrando nei favori di Arthur Rodzinski, direttore della New York Philarmonic Orchestra.

La mancanza di denaro e l’idiosincrasia per i compromessi gli precludono però la carriera accademica e nel 1947 Louis Thomas Hardin si ribattezza Moondog e getta le basi per il suo percorso anticonformista. Dopo un viaggio per gli Stati Uniti, nel 1949 il musicista si stabilisce in pianta stabile all’angolo della sesta strada, vestito da vichingo. Nonostante l’attitudine da outsider, Moondog si colloca artisticamente tra jazz e classica, tra avanguardia e third stream. Di formazione colta, anche se in gran parte autodidatta, si ispira a Bach e Mozart, Wagner e Beethoven ma è al contempo fortemente influenzato dalla musica degli indiani d’America e della tradizione nipponica. Ingloba nelle sue composizioni rumori di sottofondo e versi di animali, come Edgard Varèse e John Cage di cui però non si dice particolarmente impressionato. Non accetta poi l’etichetta di musicista minimalista, e malgrado l’influenza esercitata su Philip Glass, con il quale convive per breve tempo, e su Steve Reich, con cui registra alcuni brani, si dimostra scettico nei confronti della rivoluzione innescata da Terry Riley e La Monte Young. Visionario eccentrico come Sun Ra e liutaio geniale come Hary Partch, anticipa la commistione tra fiati e versi di animali di Basil Kirchin e la ricerca sonora tra rumorismo primitivista e percussività tribale di Angus MacLise.

Al netto del seguito presso la scuola minimalista, Moondog è apprezzato da artisti del calibro di Igor Stravinsky e Frank Zappa, Arturo Toscanini e Leonard Bernstein, Duke Ellington e Charles Mingus. Se per quanto riguarda la musica colta ha gusti classici e non è interessato alla nuova avanguardia, riesce a confrontarsi con più passione con il jazz moderno, considerando molti artisti di colore suoi interlocutori privilegiati. A suo nome, pubblica una nutrita serie di EP, LP e singoli durante gli anni ‘50 e una coppia di album tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70, dopo più di dieci anni di silenzio. La prima parte di produzione si caratterizza per una maggiore radicalità e un minore dispiegamento di mezzi mentre i due dischi del ritorno sulle scene risultano maggiormente curati ma più convenzionali. I primi lavori, perlopiù registrati dal vivo, sono dominati da un ampio ricorso a rumori urbani e rurali e dall’utilizzo di percussioni, cordofoni e strumenti a fiato perlopiù inventati e costruiti dallo stesso Moondog. Le opere mature si giovano invece di una vera e propria orchestra in una sala d’incisione professionale e di una maggior attenzione alla melodia e all’armonia. In entrambe le fasi però si annoverano tra i collaboratori Suzuko Whiteing e June Hardin, rispettivamente la seconda moglie di Moondog e l’unica figlia riconosciuta dal musicista.

Nel corso della sua carriera Moondog spazia tra esperienze antipodiche: collabora agli spettacoli comici di Lenny Bruce e Tiny Tim, partecipa ad un film beat con Allen Ginsberg e William Burroughs, incide un disco di storielle nonsense con Julie Andrews, pubblica un’antologia con la copertina di Andy Warhol, dedica un brano a Benny Goodman e uno a Charlie Parker. Proprio con il saxofonista be bop, Moondog pianifica una collaborazione rimasta purtroppo irrealizzata. Se dei minimalisti accetta la ripetitività ritmica ma non la rinuncia alla varietà melodia, dei jazzisti apprezza la propensione all’improvvisazione ma non tollera lo sconfinamento nell’atonalità. Per questa ragione Moondog si sente quindi distante dagli esponenti del free jazz come dai rappresentanti dell’avanguardia e sofferma il proprio interesse sullo swing e sul be bop. Al contrario, a livello ritmico, considera il classico 4/4 una gabbia insopportabile e tenta di scardinare gli schemi impiegando gli snaketime, tempi irregolari, spesso in 5/4, ispirati alle ipnotiche ritmiche degli indiani d’America. Nelle intenzioni del musicista cieco, gli snaketime incarnano il corrispettivo sonoro del movimento sinuoso dei serpenti. Dal punto di vista formale inizialmente impiega strutture circolari come rounds e canons, per ripiegare in età matura su forme più tradizionali come i madrigali.

Nel 1972 si ritira nella sua casa di campagna di Candor, vicino a New York, nel tentativo di trasformare la sua proprietà in un’oasi di cultura consacrata a Thor, divinità alla quale dedica un altare e un poema. Nel 1974 parte per una serie di concerti in Germania, grazie all’interessamento dello studente Paul Jordan. L’eccentrico musicista si esibisce a Weilheim, Francoforte e Hannover e pare che i Kraftwerk siano rimasti entusiasti di un suo spettacolo trasmesso alla radio. Lasciatosi alle spalle tre matrimoni e una convivenza, Moondog, già sulla strada verso l’aeroporto, decide di cambiare vita e rimanere in Germania, terra considerata sacra dall’artista. Louis Thomas Hardin si è sempre considerato un esule tedesco negli Stati Uniti e ora si sente finalmente casa, ricongiunto alla terra dei suoi avi e alla patria dei suoi eroi, mitologici e culturali. Ad inizio anni ‘70, prima che Brian Eno, David Bowie e Iggy Pop, intraprendano la fortunata e celebre esperienza berlinese, solo Timothy Leary, Tony Conard e Nico si sono momentaneamente trasferiti in Germania per incidere in studio di registrazione o suonare dal vivo con musicisti locali. Moondog, amato dai giovani hippy, in America come in Europa, è però refrattario al mondo del rock e almeno inizialmente vorrebbe dare una svolta alla propria carriera in qualità di musicista colto e neoclassico.

Nel maggio del 1974 si esibisce al Fabrik di Amburgo, nello stesso locale e nello stesso periodo in cui gli Harmonia e Brian Eno si conoscono e si concedono una jam sul palco. Ospite in città della fotografa Beatrice Frehn, attraverso un articolo sulla rivista Sounds, Moondog annuncia di vedersi costretto a ritornare a New York, qualora non riesca a trovare nuovi ingaggi sul suolo tedesco. Un suo giovane estimatore, Tom Klatt, legge la dichiarazione e scrive un telegramma al direttore del giornale, sostenendo di essere in grado di aiutare il musicista e di volerlo incontrare nella località di Marl. A giugno dello stesso anno, Moondog arriva in taxi nel piccolo paesino con grande sorpresa di Klatt. Siccome la moglie del ragazzo ha appena partorito e la presenza del musicista americano sotto lo stesso tetto potrebbe risultare destabilizzante, Klatt, il suo amico Peter Krabbe e Moondog si trasferiscono per due anni in una casa nel vicino paese di Recklinghausen: lì riescono ad organizzare concerti ed escursioni nella zona. Successivamente la studente Ilona Goebel prenderà il musicista sotto la propria protezione e farà trascorrere al maestro gli ultimi vent’anni della sua vita in modo sereno e agiato. Il periodo di permanenza ad Amburgo e a Recklinghausen viene quindi solitamente bollato come una trascurabile e improficua fase di transizione.

Eppure tra il 1974 e il 1976 Moondog incide con Think e Kalacakra, due band di seconda fila della scena rock tedesca, alcune tracce rimaste inedite. L’eventuale ritrovamento e l’auspicata pubblicazione dei nastri perduti soddisferebbero un duplice motivo di curiosità: le registrazioni con i due gruppi testimoniano infatti un momento interlocutorio della sua carriera e allo stesso tempo un’inaspettata apertura alla musica rock. La famosa causa legale, intentata con successo da Moondog al dj Alan Freed, per l’impiego del suo stesso pseudonimo e del brano “Moondog Symphony” in una trasmissione radio di rock’n’roll, è emblematica della distanza del musicista dal mondo del rock, che disprezza musicalmente ed eticamente fin dagli anni ‘50. Neanche l’interpretazione da parte di Janis Joplin della sua "All Is Loneliness" e gli omaggi rivecuti in "Moon Dog" dei Pentangle e in "Rabbit Fighter" di Marc Bolan & T. Rex fanno cambiare l’idea al maestro, tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70. Nell’ultimo ventennio della sua vita, consacrato alla ricerca e alla composizione, l’artista effettua collaborazioni con musicisti provenienti dal rock senza però sconfinare in vere e proprie contaminazioni. Gli episodi di metà anni ‘70 tratteggiano quindi una parentesi nella sua carriera, tanto difficile da immaginare quanto degna di interesse.

A prescindere dalle registrazioni con Think e Kalacakra, risulta interessante segnalare i punti di contatto con Cluster/Harmonia. Moondog arriva in Germania nell’anno di pubblicazione dei capolavori delle due band, Zuckerzeit e Musik Von Harmonia e suona ad Amburgo sullo stesso palco calcato, nello stesso periodo, dagli Harmonia. Il musicista americano, lambendo in modo marginale la scena teutonica, mostra affinità con Michael Rother, Dieter Moebius e Hans-Joachim Roedelius. Cluster e Harmonia, in un contesto dominato da drum machine e synth, impiegano l’apache beat dei Neu! mutuato dalla ritmica pellerossa e riecheggiano spunti della musica giapponese. Moondog, miscela elementi jazz e classici ma risente di un’influenza incrociata della musica nipponica e indiana d’America. In entrambi i casi le due ascendenze si fondono alla perfezione e l’adozione di una ritmica ossessiva non implica lo scivolamento verso l’automazione robotica ma tende all’emulazione del battito cardiaco. Lo studio di registrazione di Forst di Cluster/Harmonia, poco distante dalla dimora di Moondog a Recklinghausen, avrebbe potuto rendere proficua la fase di transizione del maestro e mettere a frutto le imprevedibili consonanze con i tre musicisti tedeschi, nonostante la differente strumentazione e la vistosa discrepanza in tema ritmico.

Moondog approccia in giovane età alla tradizione indiana grazie al capo Arapaho Yellow Calf e approfondisce, successivamente, la musica giapponese grazie alla sua seconda moglie, Suzuko Whiteing. Il capo tribù insegna a Moondog a suonare le percussioni tribali della danza del Sole e la moglie, che si esibisce in vocalizzi orientaleggianti e suona lo shamisen nei dischi del marito, lo stimola a sondare le sonorità dell’estremo oriente. La ritmica dei rituali dei nativi americani spinge il musicista cieco a superare il canonico e limitante 4/4 per approdare a tempi più insoliti e scomposti: gli snaketime. I Neu! subiscono l’influenza della musica nipponica e indiana d’America grazie alla versione di “Apache” del chitarrista danese Jørgen Ingmann. Il brano infatti vanta l’esotica presenza del taishōgoto, una sorta di piccolo koto a tasti, e sfoggia uno strano ritmo ossessivo in 4/4, figlio dell’influsso della musica dei nativi americani sul rock’n’roll strumentale. Ai loro esordi, i Neu! impiegano un esemplare modificato di taishōgoto e una versione estremizzata e ripetitiva del ritmo ipnotico di “Apache”: l’apache beat e le sonorità nipponiche contagiano, in un secondo tempo, Cluster e Harmonia. Moondog e i tre giovani musicisti, pur vantando analoghe fonti di ispirazione, impiegano quindi ritmi differenti e diversi strumenti musicali.

La foto che ritrae Moondog e Tom Klatt è di Norbert Nowotsch.

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