Jonny Halifax: blues per chitarra lap steel tra garage e stoner

Jonny Halifax: blues per chitarra lap steel tra garage e stoner

Jonny Ha­li­fax è nato a Bir­min­gham, la città dei Black Sab­ba­th, e ri­sie­de a Lon­dra, quel­la dei Rol­ling Sto­nes. Per de­sti­no o coin­ci­den­za il suo per­cor­so mu­si­ca­le si incentra sulla con­ta­mi­na­zio­ne del modello di Keith Ri­chards con quel­lo di Tony Iommi. Fin dall’inizio della sua carreira Jonny Ha­li­fax si presenta sulle scene con ca­pel­li lun­ghi e barba folta ma nonostante il suo aspetto da red­neck innesta sugli stilemi rurali ampie dosi di spe­ri­men­ta­li­smo. Jonny nasce ar­mo­ni­ci­sta, ten­tan­do di imi­ta­re il Brian Jones dei primi di­schi degli Sto­nes. Ap­pre­sa a di­stan­za la le­zio­ne di blue­sman come Sonny Boy Wil­liam­son e Sonny Terry, si deve scon­tra­re però con la dura real­tà: tra le band della sua ge­ne­ra­zio­ne non si ri­le­va molta ri­chie­sta di ar­mo­ni­ci­sti. De­ci­de quin­di di pas­sa­re al basso e, con quel­lo stru­men­to in do­ta­zio­ne, entra prima nella Lucci Daddo Fuzz Or­che­stra, responsabile nel 1998 di un solo singolo, e poi negli Sch­waB, firmatari di un album e di tre 45 giri, tra il 2003 e il 2007. Queste espe­rien­ze si col­lo­ca­no tra ga­ra­ge e funk ma vantano una particolare attenzione per la musica elettronica. Nel frat­tem­po gli in­te­res­si mu­si­ca­li di Halifax spa­zia­no dal blues ur­ba­no di John Lee Hoo­ker e Muddy Wa­ters al mod in­gle­se di Who e Small Faces.

Un even­to im­pre­vi­sto scombina però il suo percorso musicale: Jonny si im­bat­te in una lap steel della Sel­mer degli anni '40 e si innamora all’istante dello strumento. La scel­ta di ap­pli­ca­re alla chi­tar­ra ha­wa­ia­na una se­que­la di fuzz box sem­bra una trovata azzeccata e de­cre­ta l’o­ri­gi­na­li­tà della pro­po­sta mu­si­ca­le a ve­ni­re. Dap­pri­ma si esi­bi­sce con la lap steel nel pro­get­to spe­ri­men­ta­le Fat Mid­get, che, se­con­do le pa­ro­le del­l’in­te­res­sa­to, cerca di co­niu­ga­re i Mi­ni­stry ai But­tho­le Sur­fers in un inu­si­ta­to in­con­tro tra coun­try e mu­si­ca in­du­stria­le. La band pubblica nel 1998 un tributo ai Black Sabbath nell’antologia Underwood Audio 1, ma Halifax, de­si­de­ro­so di tro­va­re una for­mu­la più spon­ta­nea, de­ci­de di met­ter­si in pro­prio, sce­glie lo pseu­do­ni­mo Hon­key­fin­ger e ini­zia ad esi­bir­si come “one man band”. Rea­liz­za, a que­sto scopo, il suo nuovo set: chi­tar­ra lap steel sulle gambe, ar­mo­ni­ca in bocca e gran cassa e piat­ti ai piedi. Il tutto cor­re­da­to da mi­cro­fo­ni fil­tra­ti, am­pli­fi­ca­to­ri val­vo­la­ri e la fa­mi­ge­ra­ta serie di pe­da­li di­stor­so­ri. La lap steel viene quin­di suo­na­ta con ac­cor­da­tu­re aper­te e il clas­si­co ef­fet­to di glis­sa­to, ot­te­nu­to con una barra me­tal­li­ca e la tec­ni­ca slide, ri­sul­ta di­la­nia­to e de­tur­pa­to da un fuzz cre­mo­so e spu­mo­so.

L’idea di suonare senza collaboratori, facendosi carico della voce e dello strumento solista ma anche dell’accompagnamento ritmico si ricollega ad una vecchia consuetudine blues, come musica di strada. Fin dagli albori del genere, solitari chitarristi decidono di provvedere, in modo autarchico e autogestito, anche a ritmica e infiorettamenti. E così da Jesse Fuller a Abner Jay, passando per Joe Hill Louis e Dr. Ross, intere schiere di musicisti suonano contemporaneamente chitarra, kazoo, armonica e percussioni usando mani, bocca e piedi. Gli strumenti, peraltro, sono spesso costruiti in casa, secondo la tradizione del jug band. Fuori dall’ambito della black music, la pratica si diffonde anche tra musicisti hillbilly ma l’esponente di spicco risulta essere Hasil Adkins, alfiere di una sorta di un solitario rockabilly alternativo e squinternato. Negli ultimi anni, tra i tanti one man band sulla scena, spicca senza dubbio la figura anomala e eccentrica di Bob Log III, la cui proposta è totalmente antitetica a quella di Honkeyfinger. Alle accordature aperte e ai pedali distorsori di Halifax, Bob Log III contrappone un suono abbastanza pulito e un veloce fingerpicking, ispirato a Chuck Berry e ACDC più che a garage e doom.

La scelta della lap steel guitar da parte di Halifax è invece tanto interessante quanto inusuale. La chitarra elettrica di origine hawaiana è impiegata principalmente nella musica country ma anche da certi artisti gospel, come Lonnie Farris e blues come Hop Wilson. Anche il rock non è stato esente dalla presenza di questo strumento nella sua versione a pedali: turnisti come Sneaky Pete Kleinow, Ben Keith e Pete Drake hanno arricchito la produzione di Gram Parsons, Neil Young e Bob Dylan. Con le steel guitar, con o senza pedali, si sono cimentati nello stesso periodo, due colossi della rock classico: David Gilmour e Jimmy Page. Il primo per sperimentare sonorità diverse, lontane dalla tradizione, nei dischi dei Pink Floyd; il secondo per ancorare alcuni brani dei Led Zeppelin alla cultura country. Negli ultimi decenni è Ben Harper a rispolverare dal negozio di chitarre di famiglia la lap steel e a porsela sulle ginocchia per renderla finalmente familiare ad un pubblico generalista. Il vero precedente dell’operazione di Halifax è però Glenn Campbell, chitarrista negli anni ‘60 delle band psichedeliche Juicy Lucy e Misunderstood e primo musicista a traghettare la steel guitar verso il panorama psichedelico.

Il pro­get­to di Hon­key­fin­ger af­fon­da le ra­di­ci nel blues di Bukka White e Leadbelly, nel garage di Pretty Things e Shadows of Knight ma anche nell’hard rock di ZZ Top e Grand Funk Railroad. I punti di ri­fe­ri­men­to prin­ci­pa­li provengono dalla black music e oscil­la­no tra proto-punk e sto­ner: Jonny in­cen­tra la sua ricerca sui riff ma con­du­ce l’ag­gres­si­vi­tà del fuzz dal gio­io­so box auto al­l’o­scu­ri­tà muf­fo­sa della can­ti­na. Da una parte guar­da al pro­to-me­tal di Blue Cheer e Black Sab­ba­th, dal­l’al­tra al pro­to-punk di Stoo­ges e Mc5. Ha­li­fax si muove nella terra di mezzo tra le due ten­den­ze prin­ci­pa­li del rock e ri­co­pre, in que­sti ul­ti­mi anni, il ruolo di uno degli ul­ti­mi te­do­fo­ri di un ge­ne­re ormai mi­no­ri­ta­rio. Il suo stile chi­tar­ri­sti­co è ta­glien­te, il suono del­l’ar­mo­ni­ca acido e la voce al­lu­ci­na­ta. A sor­reg­ge­re l’ar­chi­tet­tu­ra so­no­ra un os­ses­si­vo ritmo tri­ba­le sca­tu­ri­sce dalle per­cus­sio­ni azio­na­te con i piedi. In que­sto suo ap­proc­cio cao­ti­co e scom­po­sto la stel­la po­la­re non può che es­se­re Cap­tain Bee­f­heart, punto di con­tat­to tra la cul­tu­ra blues, la mu­si­ca ga­ra­ge e la spe­ri­men­ta­zio­ne free jazz. È at­tra­ver­so l’au­to­re di Trout Mask Re­pli­ca che Jonny, molto pro­ba­bil­men­te, ha ini­zia­to ad ap­prez­za­re mu­si­ci­sti del calibro di Pha­roah San­ders e Al­bert Ayler.

Halifax non si concentra solo sull’età dell’oro e si ispira anche al canto sincopato sincopato di Bea­stie Boys e Jon Spencer e ad un buon numero di band punk e metal. Inizialmente l’at­ti­tu­di­ne garage sovrasta la tendenza hard e plasma il free blues di Hon­key­fin­ger fino alla svolta doom effettuata con il nome di battesimo. Al netto di sin­go­li ed Ep, la pro­du­zio­ne di Jonny Ha­li­fax con­sta di due di­schi: In­vo­ca­tion of the Demon Other The Be­stial Floor. A li­vel­lo te­stua­le i due LP hanno nella pas­sio­ne per l’oc­cul­to il ful­cro te­ma­ti­co fin dai ti­to­li: in­fat­ti il primo evoca il nome di un cor­to­me­trag­gio d’a­van­guar­dia, a sfon­do sa­ta­ni­co, del re­gi­sta ame­ri­ca­no Ken­ne­th Anger e il se­con­do un verso dai si­gni­fi­ca­ti eso­te­ri­ci del poeta ir­lan­de­se W.B. Yeats. D’al­tron­de, da quan­do i vec­chi blue­sman ven­de­va­no l’a­ni­ma pres­so i cro­cic­chi, il blues è la mu­si­ca del de­mo­nio. Dalla seconda metà degli anni ‘60, i rocker inglesi si interessano al paranormale: Mick Jagger, non a caso, è l’autore della colonna sonora di In­vo­ca­tion of My Demon Brother, con un brano ripetivo e minimale al Moog mentre Jimmy Page è firmatario della colonna sonora del lungometraggio correlato, Lucifer Rising, con alcuni brani d’atmosfera per chitarre, strumenti etnici ed elettronici.

In­vo­ca­tion of the Demon Other, usci­to nel 2008 a nome Hon­key­fin­ger, è un disco ga­ra­ge blues e lo-fi con sprazzi di stoner. Au­to­pro­dot­to sotto la sigla Hoar­se, avreb­be po­tu­to co­mo­da­men­te fre­giar­si del motto “do it your­self” stam­pa­to sulla co­per­ti­na. I brani più ri­le­van­ti sono i sin­go­li “Got This Rage” e “Run­ning on Empty”, osannati ca­val­li di bat­ta­glia nelle esibizioni dal vivo. La mu­si­ca ha una no­te­vo­le vis punk e l’e­ner­gia pri­mi­ti­va la fa da pa­dro­na. I riff alla lap steel di­stor­ta si amal­ga­ma­no ad un’ar­mo­ni­ca im­paz­zi­ta e ad un ulu­la­to da li­can­tro­po memori di Howlin’ Wolf e Captain Beefheart. La voce al­te­ra­ta si in­se­ri­sce nel solco della tra­di­zio­ne che da Tom Waits porta a Bob Log III e si av­vi­cen­da tal­vol­ta ad un beat­box ele­men­ta­re. Le svi­sa­te aspre al­l’ar­mo­ni­ca di brani come “Mar­ga­ri­ne man” ri­cor­da­no i mo­men­ti mi­glio­ri del Bee­f­heart ar­mo­ni­ci­sta free. La parte per­cus­si­va è scar­na e vi­go­ro­sa e tiene il ritmo ad una re­gi­stra­zio­ne che pro­fu­ma di live in stu­dio. Sce­vro dal­l’in­va­den­za del­l’e­let­tro­ni­ca, Hon­key­fin­ger sul palco im­pie­ga ini­zial­men­te sol­tan­to una loop sta­tion che in­te­gra più avan­ti con una drum ma­chi­ne. L’’at­ten­zio­ne per la tec­no­lo­gia si fa più mar­ca­ta negli anni successivi e si coniuga alla dolce sterzata verso il doom.

Ad un certo punto della sua car­rie­ra, Ha­li­fax de­ci­de di ac­can­to­na­re lo pseu­do­ni­mo Hon­key­fin­ger e il progetto di “one man band”, no­no­stan­te in certa scena al­ter­na­ti­va la moda degli “uo­mi­ni or­che­stra” sia ormai di­la­gan­te. Accentua quindi la matrice stoner rispetto a quella garage, facendo dominare il riferimento sabbattiano su quello stonesiano. Si esi­bi­sce e in­ci­de a suo nome, fa­cen­do­si ac­com­pa­gna­re dal­l’a­mi­co chi­tar­ri­sta Mar­vin (aka Mar­tin King­dom) e nel 2013 con la ra­gio­ne so­cia­le Jonny Ha­li­fax & the Ho­w­ling Truth dà così alle stam­pe The Be­stial Floor. I nuovi clas­si­ci del re­per­to­rio sono “Cree­ping Jesus” e “Storm­brin­ger”, a rimpiazzare dal vivo i due sin­go­li del de­but­to. L’al­bum si regge sul duel­lo dei due chi­tar­ri­sti, con l’ag­giun­ta spo­ra­di­ca e se­con­da­ria di Duke Gar­wood al cla­ri­net­to e Alan Jones alle ta­stie­re. L’ar­mo­ni­ca, mar­chio di fab­bri­ca di In­vo­ca­tion of the Demon Other, è posta in se­con­do piano men­tre di­ven­ta una pre­sen­za cen­tra­le la drum ma­chi­ne. No­no­stan­te sia mi­xa­to da Mark Gar­de­ner e veda al­cu­ne col­la­bo­ra­zio­ni, l’LP è au­to­pro­dot­to, a nome Grea­sy Noise Re­cor­dings, e lo spi­ri­to DIY non è per nulla perso: Ha­li­fax in­fat­ti non solo re­gi­stra in pro­prio la mag­gior parte delle parti stru­men­ta­li ma cura anche la gra­fi­ca.

The Be­stial Floor è un disco più com­ples­so del pre­ce­den­te, con brani più lun­ghi e ar­ti­co­la­ti. Ri­spet­to al­l’e­sor­dio, in­ci­so “alla prima” per re­sti­tui­re all'’a­scol­ta­to­re l’im­me­dia­tez­za del live, il se­con­do sfor­zo crea­ti­vo va quin­di nella di­re­zio­ne op­po­sta, per­den­do un po’ in in­ci­si­vi­tà ma gua­da­gnan­do in co­stru­zio­ne so­no­ra. L’in­cre­di­bi­le mac­chi­na da riff incarnata da Ha­li­fax viene con­trap­pun­ta­ta dallo stile chitarristico più elegante di Mar­vin. Non si cede al­l’o­na­ni­smo vir­tuo­si­sti­co e al com­pia­ci­men­to tec­ni­co ma si pone a si­ste­ma l’ac­cor­da­tu­ra aper­ta della lap steel con le scor­ri­ban­de di una se­con­da chi­tar­ra pun­gen­te e cor­ro­si­va. Con que­st’o­pe­ra Halifax è riu­sci­to a non ri­pe­ter­si, a cam­bia­re for­mu­la senza sna­tu­rar­si: i brani si sono di­la­ta­ti e dal pa­no­ra­ma ur­ba­no del mu­si­ci­sta di stra­da si sono spo­sta­ti verso oriz­zon­ti co­smi­ci degni di equi­pag­gi di astro­nau­ti come Neu! o Ha­w­k­wind mediati dalla neopsichedelia degli Spacemen 3 e dal drone metal degli Earth. Se già nel primo album, con pezzi come “Fine Things”, Ha­li­fax an­ti­ci­pa­ certe de­ri­ve in­ter­ga­lat­ti­che, in pra non si li­mi­ta ad un passo più lento ed evo­ca­ti­vo: de­ra­gliando dai bi­na­ri della forma can­zo­ne, co­niu­ga il gusto per le atmosfere oniriche ad una mas­sic­cia pre­sen­za di drum ma­chi­ne.

La gran cassa ru­span­te degli inizi viene quin­di ac­co­sta­ta in ma­nie­ra pre­pon­de­ran­te da una rit­mi­ca sin­te­ti­ca pro­prio per spin­ge­re la mu­si­ca dalla grez­za tana verso lidi spa­zia­li. Nel brano “Fever Ri­sing”, la pul­sa­zio­ne ar­ti­fi­cia­le unita al cla­ri­net­to free di Duke Gar­wood dà vita ad­di­rit­tu­ra ad un ibri­do tra Sui­ci­de e Cap­tain Bee­f­heart. Altre trac­ce in­ve­ce, come “Black De­sert”, sem­bra­no quasi adat­te a for­ni­re un com­men­to so­no­ro ad im­ma­gi­ni ci­ne­ma­to­gra­fi­che: lo stes­so Ha­li­fax ri­ba­di­sce più volte nelle sue in­ter­vi­ste quan­to lo at­ti­ri l’i­dea di rea­liz­za­re co­lon­ne so­no­re. I due album, pub­bli­ca­ti a di­stan­za di cinque anni l’uno dal­l’al­tro, rappresentano un’accoppiata di ot­ti­mi la­vo­ri e, per quan­to di­ver­si, pre­ser­va­no la coe­ren­za di un tra­git­to sin­ce­ro e one­sto, degno dell’apprezzamento di un cri­ti­co del ca­li­bro di Ju­lian Cope. Di certo Jonny Ha­li­fax ha una co­stan­te at­ti­vi­tà live ma non una gran­de pro­li­fi­ci­tà in stu­dio: d’al­tron­de al­ter­na il suo ruolo da roc­ker ad una pro­fes­sio­ne più ca­no­ni­ca in am­bi­to di gra­fi­ca e video. Diviso tra la tendenza al doom e suggestioni ambientali, Halifax potrebbe dirigersi, nel suo prosieguo di carriera, verso approdi di rarefazioni sintetiche per concludere così un trittico perfetto sulle possibilità della chitarra elettrica.

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