Fenomenologia di Jessica Fletcher

Fenomenologia di Jessica Fletcher

La “signora in giallo” va in vacanza in New Mexico dagli amici Navajo e uccidono un indiano. Allora si sposta a New York per presentare un libro e seccano un editor. Si reca a vedere l’opera a Parigi e muore, in circostanze misteriose, una ballerina. La cosa più straordinaria succede però quando resta a Cabot Cove, paesino di fantasia grosso come Carcare nello Stato più tranquillo degli USA, il Maine, in cui gli unici morti ammazzati, fino all’inizio della prima puntata, sono aragoste. Il dramma. Intorno a Jessica Fletcher una sequela di omicidi che neanche a Corleone durante gli anni caldi della mafia. Esce a comprare il pesce e sparano al marinaio Nathan, fa visita all’antiquario ed è già morto stecchito a terra con un coltello tra le scapole, torna il nipote Grady e lo incolpano di omicidio. Statistiche da Bronx, da mattanza tra etnie nel Centrafrica. Tipo una morte violenta al giorno in un paese di qualche migliaio di anime.

Nella realtà Cabot Cove sarebbe dovuto scomparire nel giro di tre serie, per esaurimento della popolazione. Invece no. Intorno a Jessica in fondo trionfa la vita; sempre nuove persone da poter ammazzare nella nuova puntata. Naturalmente risolve il caso tutto da sola mentre il professionista preposto, lo sceriffo Amos, rimane nella sua cucina a mangiare una torta di mele. Ogni puntata finisce con una risata travolgente di Jessica, che, grazie ad un dettaglio insignificante, guardando lo scarico di un lavandino, la coda di un gatto o il petalo di una rosa, riesce a dipanare il bandolo della matassa e incastrare il colpevole nel giro di 30 minuti di orologio. Ma non tutto va come deve andare. Resta in ogni episodio il rapporto non risolto con Seth:  il dottore che da decenni vorrebbe limonare duro la nostra vedova scrittrice ma che va in bianco sistematicamente, sfogando la tensione erotica giocando a scacchi con Jessica.

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