La firma e il denaro nell'arte concettuale

La firma e il denaro nell'arte concettuale

Marcel Duchamp, anartista dada, a partire dagli anni ’10 del ‘900, sceglie un oggetto comune, lo firma, lo data e lo espone, per elevarlo ad opera d’arte. E’ la firma per Duchamp a trasformare un attaccapanni, un orinatoio o un appendiabito, prelevato dal suo contesto naturale, datato e posto su un piedistallo, in un’opera estetica, o meglio anestetica. Duchamp porta, con il ready-made, la vita nell’arte, concedendo dignità artistica ad oggetti del quotidiano. Oggetti privi di qualità estetiche particolari e senza interventi artistici da parte dell’autore, selezionati per indifferenza e non in base al gusto. Duchamp quindi, con la sua firma, conferisce un plusvalore artistico ed economico a banali prodotti in serie. Considerato un eretico nel corso degli anni ’20 e ’30 viene riscoperto alla fine della guerra e ritenuto il principale maestro dalle neoavanguardie.

George Brecht, non-artista fluxus, nel corso degli anni ’60, non crea oggetti d’arte, non appone la propria firma da nessuna parte, non segna mai la data e non colloca nulla sul piedistallo. Compie azioni elementari e semplici in pubblico, senza considerare il suo tipo di performance uno spettacolo. Si siede su una sedia, beve un bicchiere d’acqua o entra dalla porta limitandosi a constatare la natura abituale dell’azione. Brecht suggerisce ai suoi interlocutori di non essere spettatori dell’arte, ma di vivere l’esistenza quotidiana senza concedere dignità superiore al mondo dell’estetica, separato dalla vita. Brecht quindi si limita a ribadire l’assenza di valore artistico ed economico delle azioni più banali, senza volerle nobilitare. La sua operazione è un superamento dell’esperienza di Duchamp nel senso della constatazione e dell’anonimato.

Piero Manzoni e Ben Vautier, esponenti di spicco del neodadismo e del concettualismo, sempre nel corso degli anni ’60 valicano altri limiti dell’arte, facendo un passo indietro rispetto all’anonimato di Brecht e al suo rifiuto dell’egocentrismo. Manzoni firma come opere d’arte le uova, le persone e il mondo. Se Duchamp si era limitato agli oggetti artificiali, l’artista azimuth si spinge a firmare esseri viventi, elementi naturali e luoghi fisici. Ben Vautier fa lo stesso firmando oltre alle sculture viventi, l’universo, il pollo, le buche, gli alberi, le pietre e un’infinità di altri elementi viventi e inanimati, artificiali e naturali. Ma si sposta ancora più in là apponendo firma e data a concetti astratti come la storia, il tempo o Dio. Manzoni risponde con la sua linea infinita. La teoria del ready-made viene quindi estesa dai prodotti in serie alla natura, alle persone e alle idee

Piero Manzoni e Ben Vautier hanno realizzato opere particolarmente provocatorie nei confronti del significato stesso di arte. Il fiato d’artista raccolto e venduto in palloncino e la merda d’artista conservata e commercializzata in scatola sono veri e propri atti d’accusa di Manzoni al mercato del settore. Non da meno il collega Ben firma l’azione del pisciare, il vomito, le tracce di sperma e le caccole di naso come sue opere. Con l’elevazione artistica ed economica degli escrementi e delle secrezioni corporee si sorpassa la carica ludica ed eversiva dell’orinatoio di Duchamp. Il paradosso di commercializzare a prezzo d’oro la defecazione dell’artista non è solo una sfida al buon gusto ma un gesto ironico nei confronti dello strapotere della firma nel mondo dell’arte. Nonostante ciò le opere di Duchamp, Manzoni e in parte quelle di Ben, vengono fagocitate dal sistema espositivo.

Ben Vautier, nell’ambito della sua serie di appropriazioni di oggetti, concetti e elementi naturali, firma negli anni ‘60 il denaro in genere e alcune cifre specifiche. Per la precisione una banconota da 10.000 Franchi, sotto vetro; la somma teorica di 1.000.000.000.000.000.000.000.000.763 Franchi; cartelli con banconote da tutto il mondo. Firma poi opere di altri artisti. Se appropriarsi dell’"arte”, della “storia dell’arte” e dell’"opera completa di Marcel Duchamp” è un tipo di proposta puramente concettuale, Ben appone la sua firma anche a singoli quadri reali di alcuni colleghi oltre a realizzare falsi di opere di altri pittori. La firma di Ben, in questo caso, nasce dalla mal riposta intenzione di incrementare il valore economico ed artistico degli oggetti firmati e al contempo dall’ironica trasgressione del limite artistico e legale concernente il diritto d’autore.

Ben Vautier pensa poi a qualcosa di ancora differente: ipotizza la creazione di un’opera dal valore di un milione di Franchi realizzata incollando su una tela un milione e cento Franchi in banconote. Ecco che per la prima volta si progetta, in modo ironico ma intenzionale, un manufatto artistico dal valore ipoteticamente inferiore rispetto al costo del materiale impiegato per realizzarlo. Il fatto che il materiale in questione sia una somma di denaro rende l’operazione concettuale di particolare interesse. Ma i 100 Franchi di differenza rappresentano una piccola, giocosa e forse scaramantica svalutazione preventivata. La perdita calcolata è minima e irrilevante, una soglia di garanzia per la realizzazione certa di un’opera da un milione di Franchi. Ben non si spinge quindi a pianificare una vera svalutazione, affibbiando alla firma un minusvalore artistico e finanziario.

Marcel Broodthaers, artista concettuale belga, qualche anno più tardi, nel 1971, firma alcuni lingotti d’oro, in modo da renderli opere d’arte e raddoppiarne il valore economico, già cospicuo in partenza. Qualora l’acquirente rinunci a considerare l’oggetto una creazione di Broodthaers, può distruggere in qualsiasi momento il certificato rilasciato dall’artista a testimonianza della sua azione, fondere il lingotto cancellando il simbolo impresso sulla barra, per poter disporre dell’oro al valore convenzionale. Broodthaers progetta quest’operazione concettuale per finanziare il suo finto e parodico museo personale, il Musée d'Art Moderne, Département des Aigles, nato nel 1968. Con Broodthaers si passa quindi a elevare il valore di un materiale già prezioso, rimanendo sempre in un’ottica duchampiana del surplus artistico ed economico conseguente alla firma.

Gianfranco Baruchello, artista concettuale italiano, negli stessi anni del fittizio museo di Broodthaers, crea Artiflex, una falsa ragione sociale dietro la quale, nel 1968, cela una finta società finanziaria,  che vende monete da 5 lire al prezzo di 10 lire e monete da 10 lire al prezzo di 5 lire. Broodthaers dimostra come dopo Duchamp, la firma possa elevare non solo il valore monetario di un oggetto comune, ma anche incrementare ulteriormente il prezzo di un oggetto convenzionalmente costoso per qualità intrinseche. Baruchello invece stabilisce come gesto artistico sia il raddoppio che il dimezzamento del potere d’acquisto di una semplice monetina, dal valore standard ma esiguo. Con questi esperimenti la pratica appropriativa compie un salto in avanti nella ridefinizione del ruolo artistico della firma e del suo rapporto con l’aspetto finanziario.

Gli oggetti surrealisti

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