Gino De Dominicis fa sparire gli oggetti

Gino De Dominicis fa sparire gli oggetti

Nel 1968 Gino De Dominicis crea la sua prima opera sulla tematica dell'invisibilità: Macchina che fa sparire gli oggetti. Su una base quadrata, munita di motorino elettrico, poggia una colonna con un'asta. Collocato sull'asta un oggetto e azionato il motorino, la colonna si muove velocemente e fa scomparire, con l'oscillazione, il manufatto alla vista del pubblico. Ancora una volta un'asserzione inizialmente assimilabile ad una sterile provocazione diventa fattiva realtà. Spesso i titoli delle opere di De Dominicis paiono infatti, ad uno sguardo superficiale, assurdi e implausibili ma si rivelano, ad un'analisi approfondita, tautologici e didascalici. Nel caso specifico, la Macchina che fa sparire gli oggetti riesce realmente a sottrarre la cosa prescelta al mondo dei visibile, non per una misteriosa magia ma grazie ad un frenetico movimento. 

I temi principali che attraversano l'opera di De Dominicis, oltre al gioco tra paradosso apparente e sostanziale tautologia, sono il rapporto tra la vita e la morte, tra il trascorrere del tempo e l'eternità, tra l'apparenza e l'invisibilità. E sono proprio impalpabili le tre sculture suis generis dell'anno successivo: Cubo invisibile, Cilindro invisibile e Piramide invisibile. Solo circonferenza e perimetri tracciati a terra ne segnalano la presenza immaginaria. Questo genere di operazione vede delle consonanze con certi esperimenti compiuti in ambito concettuale a seguito dell'esposizione "Le Vide" di Yves Klein e della conseguente vendita di Zone de Sensibilité Picturale Immatérielle. Se in questo ambito De Dominicis è autore solo di una variazione sul tema, la Macchina che fa sparire gli oggetti brilla ancora di luce propria.

In quest'opera l'artista italiano sembra voler andare nella direzione antipodica rispetto al percorso di Marcel Duchamp. Se il dadaista francese aveva prelevato oggetti dal loro contesto per firmarli ed esporli, De Dominicis compie il gesto opposto facendoli sparire. Riecheggia, consapevolmente o meno, un altro artista irregolare: Camille Bryen. Nel tentativo di reagire alla teoria surrealista dell'objet trouvé, nel 1935 Bryen aveva lasciato volontariamente nel bosco di Meudon alcuni oggetti, come objets perdus. La tematica della perdita e della sparizione non può che far venire alla mente il percorso di un altro eccentrico, coevo e connazionale di De Dominicis: Vincenzo Agnetti. Con un piglio diverso dal poeta cancellatore Emilio Isgrò, Agnetti lavora su idee come dimenticanza e rimozione in chiave concettuale. 

La Macchina che fa sparire gli oggetti vanta però legami con altre opere dello stesso De Dominicis. Come nel caso della Poltrona per un viaggio nello spazio si tratta infatti di un'apparecchiatura con finalità fantastiche e surreali che in entrambi i casi si rivelano realistiche e referenziali. E in tutte e due le occasioni non è tanto importante il funzionamento del meccanismo fisico quanto il processo interiore di ogni spettatore posto di fronte agli interrogativi filosofici posti dalle opere di De Dominicis. A bilanciare il coté giocoso ma serio, in qualche modo figlio dell'esperienza ludico-concettuale di Duchamp, nell'artista italiano sembra farsi spazio nel corso degli anni '70 la ricerca di scandalo e stupore, debitrice delle sortite più spettacolari di Dalì. In questo senso si spiega la sparizione di una persona fisica attuata da De Dominicis nel 1976, a Palazzo Taverna.

 

 

Gino De Dominicis realizza Macchina che fa sparire gli oggetti nel 1968.

Come Gino De Dominicis vede un tavolo

Come Gino De Dominicis vede un tavolo

L'orologio senza tempo di Gino De Dominicis

L'orologio senza tempo di Gino De Dominicis